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per gli scribi

Toulouse en érasmienne

domenica 14 maggio 2017

Imago


Si insedia oggi il presidente francese, un banchiere d'affari eletto al secondo turno domenica 7 maggio 2017.
La foto è tratta da un numero del settimanale francese L'express pubblicato tra il primo e il secondo turno delle elezioni presidenziali.

martedì 9 maggio 2017

Perché costa troppo

La mia mamma che non è giovane, ma porta bene i suoi anni, ha un problema di salute abbastanza comune e non grave, che ad oggi si può prevenire con le cure adeguate. Ma quelle che ha fatto finora non funzionano più, malgrado lei sia molto ligia e molto costante nell'assumerle e nel seguire i comportamenti prescritti.
Solo che queste nuove cure costano.
E lei ha la pensione quasi minima.
Non è ancora una situazione disperata, questo no. Per ora. Ma per quelle cure o si paga o si deve andare in ospedale.
O paga una dose o vive: il costo è più o meno equivalente alla sua pensione mensile.
E l'unico ospedale che le fa è non all'altro capo della città, ma praticamente fuori. In una capitale EUropea, ovviamente.
Perché i piccoli ospedali sul territorio, ovviamente, "costano". Devi pagare chi li fa funzionare.
Quindi il "costo" di raggiungere il luogo di cura viene riversato sui pazienti e le loro famiglie.
Posto che gli ospedali sono pubblici: DOVE STA IL RISPARMIO?
Nella maggiore spesa di chi è più debole?
Torniamo alla logistica.
Quindi ci vogliono un autista e qualche ora tra andata e ritorno.
Per fortuna ha una persona accanto.
Ma se non l'avesse? Quanti anziani soli rinuncerebbero a curarsi in queste condizioni, o sarebbero costretti a pagare un taxi, supponendo di avere prima il denaro per farlo e poi la mobilità necessaria per servirsene?
Quanto questo diminuirebbe le loro aspettative di vita in buona salute?
O le loro aspettative di vita tout court?

"Nell’ Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’ essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’ individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare. Il confronto dell’ uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. Ma è degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato."


Intanto in GreciaLa Grecia abbasserà la soglia di reddito annuale sotto la quale non si pagano tasse a 5.681 euro. Secondo l’Unione Europea la soglia di povertà è di 6.000 euro di reddito annuale. Ulteriore taglio delle pensioni, sia normali sia complementari, che interesserà anche le pensioni superiori a 700 euro. Questa misura interesserà 900.000 pensionati sul totale di 2,6 milioni. I pensionati che ricevono più di 470 euro al mese saranno tenuti a pagarci su le tasse. Un pensionato che percepisce 700 euro al mese, ora esentasse, pagherà una tassa annuale di 600 euro.
Le persone a basso reddito saranno tassate sempre al 22%. 
Spese mediche: gli sconti fiscali per le spese mediche saranno aboliti. Questo significa un aumento indiretto della tassazione, soprattutto per i malati cronici, dato che i tagli legati all’austerità nel settore sanitario hanno aumentato le spese private per il settore medico (detto in altri termini, l’UE ha prima smantellato la sanità pubblica spingendo i Greci verso quella privata, e poi eliminato anche le detrazioni fiscali sulla sanità privata, NdVdE).
Contributi per il riscaldamento: ci saranno tagli di 56 milioni di euro che andranno a colpire i gruppi sociali più vulnerabili.
Sempre nel 2017 verranno implementati i tagli di 570 milioni di euro ai contributi di povertà per i pensionati
Aperture domenicali: i negozi saranno aperti tutte le domeniche dell’anno nelle zone turistiche come il centro storico di Atene o il centro di Salonicco. Ci sono voci che questo riguarderà tutti i negozi lungo la Riviera di Atene, dal Pireo a Capo Sounion. 

Nel 2018 
  1. Abolizione di spese mediche per 121 milioni di euro.
  2. Abolizione della deduzione dell’1,5% nel calcolo della ritenuta mensile per 68 milioni di euro.
  3. Tagli ai contributi per il riscaldamento per 58 milioni di euro.
  4. Abolizione di benefici sociali incorporati nel Reddito di Solidarietà Sociale per 10 milioni di euro.
  5. Altri tagli al Servizio sanitario nazionale EOPYY per 188 milioni di euro

Una volta, tanti e tanti anni fa, andava di moda scandalizzarsi per una guerra che si svolgeva "nell'indifferenza di tutti a due passi da casa nostra". Si sarebbe dovuti intervenire, si diceva. Si sarebbero dovuti mandare i soldati, le bombe e i cannoni.
Si mandarono.

Cosa si aspetta a invocare almeno altrettanto rigore sulla testa di chi concepisce, impone e attua una simile guerra senza quartiere nei confronti della popolazione più povera di un paese stremato, che sta pure quello alle porte di casa nostra, solo appena un po' più a sud?

Forse si esita perché il mandante di questa guerra non dichiarata e non coperta dai telegiornali della sera si chiama ancora e sempre Unione europea (Commissione UE, Banca centrale UE, Fondo monetario internazionale)?

lunedì 8 maggio 2017

La meraviglia dalle corde

Come esprimere oggi la meraviglia dei grandi apparati di scena dell' opera barocca, in un contesto in cui i mezzi economici a disposizione, le condizioni di illuminazione e l'estetica, influenzata dal cinema, sono ormai troppo mutati? e su una scena relativamente piccola come questa?

La  scelta compiuta dalla regista
è un genere di spettacolo in cui la Francia, manco a dirlo, ha deciso di riappropriarsi coltivandola con numerose scuole di alto livello, vale a dire gli acrobati del circo. La storia di Alcione e del suo contrastato matrimonio con Ceix viene doppiata commentata e rappresentata nelle sue passioni e negli elementi scatenati grazie alle movenze danzanti degli acrobati sulle corde, in azione in un teatro privo di scenografia e aperto allo sguardo dello spettatore fino alla parete di fondo. Le corde sono evocatrici dei legami del matrimonio, Nettuno nell'ultima scena è vestito con una rete da pesca chiusa sul davanti da due lunghe corde, delle onde del mare, dei movimenti quotidiani dei pescatori. I danzatori, specialmente una solista, danzano legati alle corde o sulle corde per esprimere desiderio, disperazione, furia e voglia di distruzione e sopraffazione.
Riescono a trasmettere spaesamento, meraviglia, languore e fascino: ogni piacere dello spettacolo.
Funziona perfettamente tranne nella scena clou della tempesta, dove i mezzi troppo scarni non riescono a far figurare granché.

Nella parte musicale un direttore che fa scaturire la musica dall'orchestra con tutta la sicurezza e la naturalezza possibili, come acqua di fonte inesauribile e vivace. I risultati delle voci sono meno interessanti, curate come fossero strumenti, con un canto fluente e non interrotto, ma con poca attenzione al peso drammatico della parola. Il che personalmente non mi ha mai convinto troppo.

Il teatro appena restaurato brilla di tutti i suoi ori tardo-ottocenteschi. Più dei dipinti sono attraenti i fregi e le sculture decorative, i tendaggi, il sipario. Scoraggiata dal prezzo e da uno spiccato colore rosso non ho invece assaggiato il nuovo dolce di cui il teatro ha commissionato l'ideazione a Le Notre. Ma l'idea di far creare un dolce Le Favart, che faccia da corrispondente all' opéra fa parte di quella consapevolezza culturale immensa per cui amo la Francia. E no, non è denaro pubblico buttato! buttato è il denaro perduto a causa della loi travail...

Uno dei più begli spettacoli che abbia visto, comunque,. Mi era già capitato qualche anno fa nello stesso teatro.

martedì 2 maggio 2017

La femme et l'enfant

La femme et l’enfant

Récit
L’enfant se tenait debout devant sa mère qui était peut-être assise ou peut-être pas. De toute façon elle avait l’impression que sa mère la surplombait. Elle avait la sensation d’avoir été retenue au moment où elle s’était approchée de sa mère lors d’un jeu ou pour lui demander un baiser. De toute façon son intention n’était pas d’être là en ce moment. Peut-être elle devinait au regard de sa mère ou à son expression d’attente qu’on lui aurait proposé un discours sérieux qu’elle n’avait pas envie d’écouter. De toute façon elle n’était pas à l’aise. La mère étalait un grand sourire et une émotion tremblante se cachait en elle. Sa voix à peine hésitante affichait de l’assurance. Elle disait à la petite fille : « Bien, maintenant que tu as vu l’appartement hier, avec Giorgio, que m’en dis-tu? ne me dis-tu rien ? te plait-il ? ». En effet, après leur  visite à l’appartement, elle n’avait eu absolument rien à dire à sa mère. Elle n’avait pas du tout compris pourquoi elle avait été emmenée là toute seule par un inconnu qu’elle ne souhaitait pas du tout rencontrer et qui lui était indifférent. Sa mère lui avait dit plus ou moins qu’il fallait la ménager cette personne, car il était bien gentil à vouloir s’occuper d’elle, la petite, en cette occasion. Mais pour quoi faire, se posait-elle la question, puisque je n’ai rien demandé, et je n’ai besoin de rien de sa part ? Pourquoi la mettait-on dans l’obligation de satisfaire les attentes inconnues d’un inconnu ? Que c’est qu’elle avait à faire avec lui et lui avec elle ? Surtout aurais-je fait quelque chose de mal pour qu’on me dise d’être polie et obligée maintenant? Comme si la mère avait a priori quelque chose à lui reprocher à ce sujet.
Elle avait quand meme essayé être polie, de lui sourire et de lui manifester de l’intérêt. Elle avait essayé de prendre confiance avec l’appartement en parcourant ses espaces. Il était grand, lumineux et calme et en meme temps vide de vie et solitaire. Pas désagréable, il restait étrange et étranger. Mais, après cet interlude incompréhensible et parfois ennuyeux elle espérait bien avoir le droit de revenir à ses activités habituelles sans autre obligation.
Sauf qu’après quelque temps – jours? heures ? voilà la question refaire surface. Elle était debout devant sa mère et elle aurait voulu que sa mère l’embrasse. Mais sa mère n’en avait pas envie. Elle attendait donc ses mots. A sa demande sur son sentiment vers l’appartement l’enfant avait ressenti qu’on s’approchait une fois de plus à un sujet chaud. Elle savait déjà très bien que sa réponse ne pouvait pas être libre. En cette occasion il lui fallait être polie, et elle donc répondit d’un air un peu embarrassé et forcé que oui, il était bien, alors que elle n’en avait vraiment rien à dire, car cette chose là à ses yeux ne la concernait guère. Elle souhaitait plus que toute autre chose terminer cette conversation non voulue.
Mais le pire devait arriver.
« Bien, tu l’as vu, il t’a plu. Donc on ira bientôt s’installer là-bas. » « Mais j’aime bien être ici… et les grands parents ? ». La mère fit une grimace. Sa mère continua : « Tu auras ta chambre à toi… on emmènera tous tes jouets… il y aura plus de place.  Et puis, tu viendras chez les grands parents tous les jours après l’école. Contente ? Alors tu dis oui ? Es-tu bien d’accord? ». Son ton, bien que calme et presque tendre à l’apparence n’admettait pas de réplique. Il contenait à peine son excitation et ses émotions. L’enfant ne sût quoi faire. Quitter ses grands parents, leur bel appartement si plein de vie, de gens, de soleil, des plantes sur les terrasses, si familier ?   Que pouvait-elle faire, devant la demande pressante de sa mère ?  et encore plus devant son [de sa mère] émotion ? Il fallait la contenir car elle était gigantesque. Une attente énorme, une demande tacite « Dis moi que cela te plait, dis-le sans que je te le demande » qui menaçaient bien de l’écraser, de la submerger comme une vague au bord de la mer justement. Elle aimait bien les vagues. En été sa joie était les jours de tempête, une tempête méditerranéenne bien sur. Elle s’amusait à prendre la vague au moment où cette-ci se brisait sur le littoral. Après avoir connu la peur d’être écrasée elle avait compris que la vague n’allait que la faire rouler pour ensuite la regorger sur le sable de la ligne de flottaison, et ensuite recommencer. Elle y passait maintenant des heures. Sa mère insistait. Elle accepta, car elle se sentit obligée de le faire. Mais elle paniquait et elle se sentait brisée par la douleur et par l’angoisse. Une sorte de vide sans borne qui s’ouvrait en elle. Un vide noir et rouge mais sans image claire. En même temps cela lui faisait de la rage. Il fallait aussi contenir sa propre rage, ne pas la laisser pousser.
Sans la force de tenir, la seule échappatoire possible lui parut négocier un sursis, un délai. « Mais pas tout de suite, maman, pas tout de suite ! » Le visage de sa mère se brouilla de plus en plus. Je ne sais plus combien je lui en demandais, mais enfin ce fut : « Jusqu’à Noël, maman, jusqu’à Noël ! » Il manquait quelque mois, mais Noël était si loin pour la fille. C’était la fête mythique quand tout devenait possible. Entre temps, peut-être, elle va oublier cette absurdité, espérait la petite fille. Elle pourrait changer d’avis si elle y réfléchit, puisque moi je n’arrive pas lui faire comprendre que… je ne peux pas m’opposer : maintenant elle ne dira pas oui.
Quelques jours après, c’était un jour de fête, je me suis levée et je me suis précipitée à la foulée en cuisine. Les matins des jours de fêtes on se retrouvait tous là, en robe de nuit. Mon grand papa buvait son petit café noir bien sucré du matin assis sur un tabouret. Les autres se préparaient leur petit-déjeuner, jamais fort copieux d’ailleurs, dans tous les coins. La table et presque tout l’espace étaient occupés par ma grand-maman qui repassait le linge de la semaine. Moi, j’aimais bien l’aider à plier le linge et à repasser des petits pièces, les mouchoirs, les serviettes de table, les serviettes, les caleçons... Le soleil envahissait la pièce par tous ses rayons chauds. Tout n’était que lumière et bavardage, parmi la blancheur éblouissante du linge propre en coton épais, si réjouissant sous les doigts et les mains.  
Pas ce jour-là. Personne autour de la table, rien dessus. Seule, ma grand-maman était appuyée à la table en lui donnant son dos. Quelque part il y avait peut-être le rouleau à pâtisserie, chose insolite et incompréhensible, car on ne faisait jamais la cuisine à cette heure-là. Elle avait une moue que je ne lui connaissais pas mais qui m’inquiétait. Je m’approche d’elle, je ne savais pas si elle était peut-être en colère ? Elle me serre entre ses bras et elle pleure. Je me souviens encore de ses larmes qui coulent de ses yeux tandis qu’elle me serre si fort que j’en ai peur. Du jamais vu, mamie qui pleure, c’est impossible, inconcevable, incompréhensible. Je ne peux pas gérer pareille émotion toute seule. Je me débats et je me précipite appeler ma maman au secours. Est-ce que c’est vrai que vous partez ? me souffle ma grand-mère. Es-tu bien d’accord ? Pas devant elle ! qu’as-tu fait ! lui rétorque ma mère, alors que ma grand-maman, humble et effrayée de son audace s’excuse avec peine. Je ne peux pas tenir, je ne peux pas résister, je ne peux pas je ne peux pas ! Je m’enfuis quelque part me cacher, ses histoires de départ je n’en veux pas savoir, du reste, encore Noël, il y a encore Noël, après, qui sait ? Si ma grand-maman pleure ainsi elle va peut-être changer d’avis.
Je ne sais même plus si j’ai été obligée par la suite de la rassurer en lui disant que oui, on me l’avait bien demandé et que oui, je donnais mon libre consentement
Et enfin il arrive ce jour de Noël, ou mieux des rois, juste avant la rentrée scolaire, car après Noël nous étions partis, mon grand-papa et moi, chez mon arrière-grand-mère qui habitait à Milan avec sa fille puinée. Encore gâtée dans leur petit appartement, puis les longues heures de retour dans le train avec les lasagne toutes chaudes dans leur boîte en métal achetées par mon grand-papa à la gare de Bologne comme goûter… Le soir, il est tard, on arrive, l’odeur du train, de la machine, une odeur graisse et âpre en même temps. Pendent tout mon séjour je le savais, je le savais très bien que quelque chose d’horrible était lourde sur moi. Elle allait s’approcher, car la mère n’avait pas changé d’avis et moi je n’avais pas la force de changer ces choses horribles. J’étais impuissante, tout était fini, la joie, les rires, les matins gorgés de soleil, les embrassements de ma grand-mère, son regard sur moi lors de mes jeux d’enfant : tout serait devenu étranger, éloigné, il n’aurait plus fait partie de ma vie. J’étais destinée à devenir nomade et sans âme, tiraillée entre un lieu où j’étais obligée de résider et un lieu qui n’était plus chez moi et où je n’aurais pu que passer sans réellement m’y arrêter, sans lui appartenir à jamais. Sans jamais appartenir à un lieu qui ce soit, excepté celui de la mémoire de ma propre histoire sanglante de douleur et secouée par de sanglots qu’il fallait bien réfréner, car, on ne fait pas des histoires comme ça tout le temps.  A la mort des grands parents j’aurais aimé récupérer leur appartement. Mais les autres voulaient le vendre et moi je ne pouvais pas l’acheter toute seule. Il est parti, encore une fois. Je n’ai même pas pu sauver les pots de fleurs des terrasses plantés par mon grand-papa avec tellement d’amour, des géraniums anciens tous rouges d’un rouge vif avec les feuilles un peu velues, d’un vert brillant, car les autres les ont jetés à la poubelle sans que je le sache. Son héritage uniquement immatériel est devenu pour moi le petit village aux Alpes qu’il aimait plus que Rome ou sa ville d’origine, Milan. J’y reviens tous les ans comme lui il le faisait depuis son plus tendre enfance.
On me dit que je me suis révoltée. Je n’arrive plus à reconstituer une scène qui a du me coûter trop cher. Je me souviens d’une nébuleuse où je disais « Non non non » et elle me disait « Tu l’as dit, tu l’as promis, c’était pour Noël, maintenant ce sont les rois ! ». Elle était furieuse, moi, je l’étais aussi. Mon dernier souvenir est celui d’une fillette de huit ans renversée sur les bras de sa mère, sa tête à droite et ses pieds à gauche, qui donne des coups de pied en l’air et qui crie à l’univers en sachant que personne ne l’entendra. Elle me dit de ne pas le faire car c’est indigne. Ai-je eu peur ? Ai-je arrêté par honte? La gare autour de nous. Je ne sais pas comment nous sommes arrivées chez « nous » je ne sais pas comment ai-je monté les escaliers, au moins trois étages sans ascenseur, ni comment me suis-je couchée cette nuit, je ne sais pas quels ont été nos mots depuis.
Je ne sais pas, je ne sais plus. Après, tout est devenu noir. Noir de désespoir, rouge de colère.
Le rouge et le noir de mes fantaisies.
Mais j’aime encore tellement l’or. L’or pur du soleil qui frappe sur la blancheur des draps épais, la Flandre des nappes, la souplesse des serviettes...

Je suis restée avec le sentiment d’avoir eu l’occasion de parler lors de ce colloque mais de ne l’avoir pas fait jusqu’au bout, d’avoir dit oui pourvu que ce soit après Noël. Donc je n’avais pas été capable d’exprimer mon refus au bon moment. J’avais négocié sans réellement vouloir ce que je demandais et sans avoir la force de tenir ma promesse depuis. En fait, ce que je n’avais pas la force de tenir, c’était ma volonté de vouloir la meme chose que maman. Ce qui était interdit. Sans vraiment le dire, mais interdit. On l’a dit par la crainte et la contrainte, sans explication. La promesse et la volonté se sont fondues ensemble dans quelque chose d’inextricable, de lié à jamais. Depuis lors, tout devenait ma faute. Après ne pas avoir su profiter de la chance de refuser qu’on m’avait offerte, je gardais le sentiment de n’avoir plus le droit de me plaindre.

mercoledì 26 aprile 2017

La panne? - Versione eretica dell'eretico

Non c'è più religione. Nel mini supermercato di Montparnasse dove mi intrufolo a un passo dal métro
nella speranza di abbreviare i tempi della lunghissima spesa necessaria il ragazzino, probabilmente uno studente assunto per le vacanze, mi fa: "Saindoux? e cosa sarebbe?". Tento di spiegare cosa sia e a cosa serva mentre mi sorge il timore di avere sbagliato parola. Allora si dirige verso lo scaffale di quelle orripilanti robe che vanno sotto il nome barbàro di "salad dressing". "Non penso che lo troverà lì..." azzardo un po' perplessa. "Aspetti, mi fa imbarazzato, vado a chiedere al capo". Il capo si rivela avere due o tre anni di più con l'aria totalmente persa dietro le treccine rasta quando gli rivolgo la stessa richiesta. Fila allo scaffale dei pelati e delle conserve al pomodoro: "Guardi che si tiene in frigorifero" tento di precisare. "Allora non lo abbiamo", decreta con aria sicura.
Ma ma ma: possibile che un'oltremontana debba spiegare agli autoctoni che non saranno belgi come quelli delle patatine di Asterix ma insomma celti sì cosa sia il saindoux?  


Quando si è grafomani logorroici come chi scrive scopiazzare la ricetta di un blog indiano risulta molto comodo, perché grazie ai fusi diversi lui ti risponde mentre dormi e viceversa. In realtà apprezzo le chiacchiere appassionate e senza barriere su qualsiasi argomento coinvolga realmente gli interlocutori e da questo punto di vista lui è ideale, perché ha tempo, curiosità, competenza, disponibilità e interesse per intavolare una vera conversazione.

Caduto l'occhio su questo monumentale sformato con altrettanto monumentale carica emotiva ho capito che contrariamente al solito ci avrei perso un po' di tempo volentieri.
M'incuriosiva l'aspetto di preparazione storica e tradizionale da un lato e dall'altro una serie di dettagli (eretici) cui non avevo mai riflettuto e che ora mi balzavano agli occhi.

Abbiamo sempre realizzato dei piatti del sud con un ingrediente che è prettamente del nord: il burro e un altro del centro nord: il parmigiano.
A lume di naso questi prodotti potrebbero essere stati usati largamente al sud a partire dagli anni '60 del '900, quando le tradizioni si andavano stemperando,  sparendo in una sorta di colonizzazione economica e culturale di tutta la penisola che faceva imporre prodotti dell'industria alimentare del nord impiantandoli nella tradizione alimentare del sud. Destinata a imbastardirsi e a scomparire quasi del tutto.

Così dopo un po' di botta e risposta con l'autore mi è venuta voglia di provare a decostruire la vulgata odierna e ricostruire da inesperta e a tentoni come potesse essere realizzata la preparazione prima dell'innesto di un riso lombardo su un piatto franco-napoletano.

  Ma quando mi sono ritrovata al mercato - s'intende, dove altro? - davanti all'equivalente francese del norcino a chiedere "Svp, avez vous de la panne" - già che non avevo trovato il saindoux tanto valeva andare sul difficile - ahimé la risposta è stata: "Possiamo chiedere al fornitore ma calcoli che la deve prender intera e non sarà meno di un chilo e mezzo". Il mio rigore filologico si è liquefatto davanti alla prospettiva di dover smaltire quel saturissimo chilo e mezzo praticamente da sola e ho ripiegato sul più canonico saindoux che almeno nei casi migliori dalla panne deriva.


La lunghissima ricetta è spiegata nei paricolari qui.
Io mi limito a precisare le mie varianti.

Il piatto è ricchissimo e deve esserlo, sia che lo si voglia interpretare come robusto cibo su tavole padronali che come celebrazione dell'abbondanza del giorno di festa su quelle più modeste.
Io però non ce l'ho fatta a farlo altrettanto ricco. Filologico magari sì, ma un po meno clinquant, absit iniuria verbis ché già la salsa francese ci aggiunge del suo.
Roba da poco, sia chiaro: ho solo eliminato la pancetta sia dal ripieno che dal sugo.
Ho ridotto di un terzo la dose di burro che va nel riso, anche perché non di burro si trattava ma di saindoux che diventa facilmente stucchevole.
Ho ridotto di un terzo la dose di burro della salsa, e ho eliminato il pezzetto di burro aggiunto alla fine ché a me la pellicina in un piatto così non dà problemi.
Nello stesso spirito ho utilizzato del caciocavallo al posto del parmigiano. Purtroppo non l'ho trovato stagionato quanto avrei voluto, ma quando ti intestardisci a fare un piatto con prodotti di un altro paese va messo nel conto.
Nel riso ho messo tre uova più il mezzo avanzato dalle polpette anziché quattro e con mia grande gioia si è incollato allo stampo nel modo giusto ugualmente. 
Nel brodo ho aggiunto chiodi di garofano e cannella che hanno profumato meravigliosamente anche la casa.
Nelle polpette cannella e piment de la Jamaique. Nel risultato finale si sentono nettamente e si amalgamano bene.
Ho persino trovato delle melanzane sottili e lunghe come serpenti della taranta che vanno sotto il nome di "napoletane" e sotto il prezzo di collier di Chaumet. Ora, solo l'India poteva convincermi ad acquistare una cosa così platealmente fuori stagione, ma in Italia ci sono state due settimane di caldo estivo e magari qualche cosa è spuntato anzitempo... raccontiamocela così, ma che non si ripeta!

Dopodiché ho iniziato a disobbedire, anzi a contestare, no a ribellarmi sul serio. Niente e nessuno mi farà acquistare dei pomodori [sic!] tra novembre e luglio, tanto più se bretoni o nordafricani. Eh, poco da fare: la mia religione me lo proibisce. Si sappia che la mia salsa è fatta con dei nobilissimi pelati, oltre al concentrato, ma i pomodori freschi ad aprile in India forse ma qui proprio no. 

Però restava un punctum dolens.
La frittura di polpette e melanzana, separatamente.
Ora, il saindoux è nato per quello.
Ma anche le eresie devono aver un limite. Perché sarà pure eretico e anarchico ma per l'olio d'oliva salirebbe sulle barricate, scatenerebbe i cieli e non so come la metterebbe con gli oceani.
E tutto sommato meglio così, perché effettivamente il saindoux con la melanzana sarebbe uno choc culturale quanto l'olio di oliva nel knaidelach!!!
Ultima tappa l'ansia da stampo. Non avendo quello filologico troncoconico anzi avendone uno solo, di vetro e cilindrico quello s'è usato. Salvo poi farsi venire i patemi: si sformerà? Rovinerà? L'ho fatto aspettare un bel po' prima di provarci, passando un coltello lungo il bordo esterno per liberarlo di qualche crosticina. La tecnica pangrattato burro (questa volta sì) l'ha avuta vinta e complice forse un po' di umidità formatasi tra vetro e riso, è uscito perfettamente.

Che dire: il padrone di casa si è precipitato a metterne due fette in un luogo sicuro, precisando che finalmente non è quella cucina sana tutta verdure che di solito gli passa sotto al naso (cosa ahimé falsa, ma lasciam andare). Io direi che finisce con il sembrare, non si sa come, equilibrato (!!!) e che la pancetta sarebbe stata di troppo, ma forse nemmeno così stucchevole come avrei temuto.

Una parola sulla salsa francese al pomodoro (con un po' di Germania...): data l'origine del piatto è meno eretica di quel che sembra. A me ha ricordato due salse lombarde, cioè imbastardite francesi, di questo libro che mischia la cucina francese tradizionale come utilizzata nelle case alto borghesi del '900 a quella tradizionale lombarda. In particolare il sugo fatto con l'estratto di carne e la salsa Gioconda cotta a lungo e lentamente ben chiusa con tante verdure poi passate. Probabilmente lo stemma riporta a questa famiglia di salse.
Va ricordata una cosa, preziosa: il bouquet garni doveva essere a dominante timo. E la salsa sa di timo!!! Davvero.







lunedì 24 aprile 2017

Tout est bon dans le macron


Una delle ragioni del mio amore per la Francia è la loro capacità di rappresentare qualsiasi cosa. Per esempio una canzone sul candidato che ha ottenuto più voti al primo turno come questa, apparsa ieri.

giovedì 20 aprile 2017

Chanter, danser, être nous-mêmes. - Opéra

Aggiornamento: oggi più che mai le parole del direttore dell'Opéra di Parigi sono appropriate.

Se foste un toro francese bianco e muscoloso potrebbe capitarvi di passare tutte le sere a teatro per farvi la doccia. Prima però avreste trascorso diverse ore nella vostra stalla o recinto all'aperto con un altoparlante al fianco, ascoltando Moses und Aaron di Arnold Schoenberg. Il siparietto fa parte del documentario dietro le quinte L'Opéra, girato dal regista svizzero Jean-Stéphane Bron nei teatri parigini di Bastille e Palais Garnier. Al settimo piano del (brutto) edificio contemporaneo dell'Opéra Bastille (a suo tempo criticato per le sale prova sotterranee ecc.), nel sud est della città, il direttore del teatro, Stéphane Lissner, ha Parigi in mano e sotto di sé. Tutti i monumenti celebri fanno da scenografia alla parete vetrata circolare della sua sala riunioni. Sui divani si prepara la conferenza stampa della stagione: "Un nuovo modello economico... dobbiamo cercare più mecenati" è la conclusione. "Sì, ma questo non lo diciamo", ribatte il direttore, "parliamo solo di nuovo modello". Si parte bene, pensa la spettatrice, finalmente qualcuno osa dire che la cultura e lo spettacolo vanno  dove ci sono i soldi prima e poi tutto il resto. Purtroppo alle premesse non seguirà che qualche sporadico accenno in tutto il film, del resto alquanto epidermico. Bello nel ritmo e nello stile, spoglio e attento a evitare la retorica fino al punto di non rendere quasi omaggio alle opulente strutture architettoniche tanto a portata di mano, il film paga probabilmente lo scotto di essere stato girato troppo dall'interno (un Lissner nel Lissner?). Diventa un diario d'alta classe (noblesse oblige) e grande pubblico che potrebbe proseguire infinitamente uguale a sé stesso, ma difficilmente, forse per mancanza di competenza del regista stesso, riesce a esprimere un'analisi critica, artistica (totalmente assente) o d'altro genere. Al confronto, sul tema economico e persino sociale e di costume era più brutale il Jean Renoir dell'inverosimile French can can...

Luogo composito di incontro e rappresentazione, l'Opéra nel film è anzitutto un luogo di lavoro quotidiano di oltre cinquecento persone, artigianale e complesso. I protagonisti entrano e escono dalle parti inversamente rispetto allo spettatore, con effetti talvolta splendidi, come in una prova con i danzatori. Questo interessa il regista, senza dubbio.
Gli elementi fondamentali e la routine della costruzione di spettacoli complessi (opera e balletto) di alto livello ci sono tutti. Il concorso di canto, le prove, le inevitabili tensioni con il regista cui il direttore dà un risposta di grande classe, senza interferire dal punto di vista artistico, ma programmando una gratifica al coro e all'orchestra impegnati in un lavoro più duro e lungo del solito, i dissensi con il responsabile del corpo di ballo, frammenti di prove, affascinanti ma troppo brevi per capire alcunché, i cantanti danno interviste, il maestro scende, le costumiste si affannano, le cantanti si fanno riprendere con il telefonino... il  polverio del lavoro teatrale si ricompone nelle numerose sere di spettacolo di un grande teatro internazionale, dei quali non si vede quasi nulla perché non sono l'oggetto del film. Ma tutto resta appena sfiorato all'interno di qualche vicenda individuale per fortuna solo accennata: il giovane slavo che ha fatto i suoi studi in Germania, ambizioso, narciso e adeguatamente svagato, preso sotto tutela dai colleghi più esperti, il coreografo in crisi per avere dovuto lasciare la danza attiva, la sostituzione dell'ultimo minuto sotto Pasqua e naturalmente le particine che allargano il cuore, come i due fattori giunti alla prima per accompagnare il loro formidabile toro. "Fategli la doccia, dopo, perché gli piace, lo rassicura, così lui è contento", raccomandano, prima di aprirsi in un sorriso radioso all'entrata della loro bestia fino al proscenio. E così sarà, nei sotterranei, con un bel tubo di gomma. La Francia è ancora un paese rurale, dove l'agricoltura è un'attività importante, celebrata ogni anno da un salone nazionale a Parigi nelle due ultime settimane di febbraio, un avvenimento interclassista, interetnico e intergenerazionale. Raccomanderei di visitarlo a chiunque si interessi non solo di vacche ma di cosa siano i Francesi che (sia pure con diversi snobismi da parte di un certo ceto) ci tengono moltissimo. Raccomanderei anche i fichi secchi farciti al foie gras, detto tra noi ;-), i caldi maglioni di lana pura e molto altro, prodotti di attività familiari o comunque molto piccole. Andarci è sacro dovere di ogni presidente in carica a costo di essere accolti da carrettate di letame e quest'anno anche di tutti i candidati presidenziali. In diversi programmi elettorali una sezione o almeno alcuni punti sono rivolti proprio ai piccoli e medi agricoltori. Sarkozy perse non poca popolarità quando saltando quell'impegno manifestò tutto il suo snobismo nei loro confronti, vale a dire il suo interesse per altre frequentazioni economiche.  Il toro in scena nel film porta dentro il teatro anche questo pezzetto di Francia. A teatro confluiscono mestieri e classi sociali, quindi i loro rapporti. Arriva il presidente della Repubblica, ma si riesce appena a raccomandargli la propria politica di formazione di nuovi artisti e nuovo personale. "Siamo bloccati tra le richieste dei sindacati di sostituire i lavoratori andati in pensione e aumentare i salari e le richieste del ministero di fare più rappresentazioni con meno mezzi e di vendere sempre più biglietti" riassumono Lissner (peraltro di nomina politica com'è quasi inevitabile per cariche del genere) e il suo vice dopo una telefonata con il ministero costituita di rifiuti a qualsiasi richiesta di impegno economico e di assunzioni (c'è il fiscal compact della UE, bellezza, pure sul palcoscenico). I salari sono aumentati del 20% negli ultimi decenni, ma i biglietti dell'80% con il calo dei contributi pubblici, si fa notare in una riunione di direzione quando Lissner spiega che il costo elevato dei biglietti influisce sull'immagine del servizio pubblico che il teatro è, e nella considerazione che i cittadini ne hanno, quindi lui vorrebbe ridurre i prezzi. "Sciopero nazionale" dice il direttore al telefono con la stampa, mentre giù, nella Place de Bastille i manifestanti scandiscono "grève [sciopero] générale": è solo lo scorso anno, scioperi, manifestazioni e anche pestaggi sono all'ordine del giorno per mesi proprio sotto quelle finestre, luogo storico delle proteste francesi, ma l'espressione loi travail (l'equivalente del criminale Jobs Act italiano) non viene né intesa al di là dei vetri, né pronunciata al di qua. Manca il coraggio? manca il permesso? manca la voglia?

Nel frattempo il mecenatismo trova la sua espressione più colorita e commovente nel progetto di una canuta filantropa internazionale che accoglie per tre anni i bambini dei quartieri sfavoriti per insegnare loro uno strumento, formando una piccola orchestra. Troppe questioni pesano sugli archetti sfoderati dietro quegli occhioni, troppo facile raccomandare alla fine del percorso, al bimbo che ti si aggrappa alla vita: "Continua a studiare a scuola: sei dotato" e poi volare a New York per rivedere gli amici. Le gocce nel mare della casuale buona volontà non possono e non potranno sostituire la politica di programmazione a lungo termine basata su adeguate risorse pubbliche: l'unica inclusione che realmente funzioni. Ovviamente anche a teatro.

Chanter, danser, être nous-mêmes
Il faut montrer qu’on est debout, que le public aussi est debout, car c’est lui qui a été touché vendredi. (...) Il faut continuer à aller au spectacle, revendiquer notre culture."
A novembre 2015 l'Opéra decide di andare in scena, primo spettacolo dopo gli attentati del Bataclan, dei caffè e ristoranti di République e dello Stade de France ricordando all'apertura del sipario come siano stati colpiti i loro colleghi e i luoghi di spettacolo: ancora una volta la cultura, come con Charlie Hebdo.
Ma l'altra coesione, quella sociale di ogni giorno, lasciata fuori dal teatro, dove la stiamo abbandonando?

Ad ogni modo, splendida serata per il sabato di Pasqua in una Parigi spazzata dal vento e dalle nuvole grigie (perdoni Picasso) e rosa.